Il Corriere della sera, nella sezione cronache, titola: "Mr Google e l'Italia: offesi dai giudici", con al centro una fotografia eloquente dell'ad di Google Eric Schmidt piuttosto sconsolato.
Ricordiamo tutti il caso del video del bambino down picchiato, pubblicato su Google, dove rimase online per quasi due mesi e le successive accuse rivolte alla multinazionale per non aver protetto la privacy del giovane vittima di bullismo: il 24 febbraio, il giudice Oscar Magi del Tribunale di Milano ha condannato tre alti dirigenti di Google a sei mesi di reclusione, con la motivazione che "non può esistere la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato [...]. Esistono leggi che codificano comportamenti e che creano degli obblighi che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una responsabilità penale; Google Italy trattava i dati contenuti nel video caricati sulla piattaforma e ne era responsabile quindi per lo meno ai fini della legge sulla privacy".
Queste affermazioni hanno provocato l'ira di Eric Schmidt, guru di Google, che non ha esitato a definire bullshit la decisione del giudice italiano.
A prescindere dallo specifico caso "Vividown" e dalla correttezza o meno della condanna, questa sentenza è un'importante tappa nella lunga e difficile strada verso la regolamentazione del web e la protezione dei dati dell'utente; come afferma giustamente l'articolo di Massimo Sideri, il consumatore sta intuendo che i servizi gratuiti offerti da Google (ma non solo) non valgono la svendita della propria privacy.
Una curiosità...
Sempre da questo articolo ho scoperto che uno dei motti più usati di Google sarebbe "Don't be evil": coniato da Sergey Brin in persona, vuole ricordare che la multinazionale sta dalla parte dei buoni e che non usa i dati per scopi malevoli. Non discuto che all'inizio fosse proprio questo lo scopo di Google, ma quando ci sono in ballo fior fiore di miliardi, l'etica si dimentica facilmente.
Ricordiamo tutti il caso del video del bambino down picchiato, pubblicato su Google, dove rimase online per quasi due mesi e le successive accuse rivolte alla multinazionale per non aver protetto la privacy del giovane vittima di bullismo: il 24 febbraio, il giudice Oscar Magi del Tribunale di Milano ha condannato tre alti dirigenti di Google a sei mesi di reclusione, con la motivazione che "non può esistere la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato [...]. Esistono leggi che codificano comportamenti e che creano degli obblighi che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una responsabilità penale; Google Italy trattava i dati contenuti nel video caricati sulla piattaforma e ne era responsabile quindi per lo meno ai fini della legge sulla privacy".
Queste affermazioni hanno provocato l'ira di Eric Schmidt, guru di Google, che non ha esitato a definire bullshit la decisione del giudice italiano.
A prescindere dallo specifico caso "Vividown" e dalla correttezza o meno della condanna, questa sentenza è un'importante tappa nella lunga e difficile strada verso la regolamentazione del web e la protezione dei dati dell'utente; come afferma giustamente l'articolo di Massimo Sideri, il consumatore sta intuendo che i servizi gratuiti offerti da Google (ma non solo) non valgono la svendita della propria privacy.
Una curiosità...
Sempre da questo articolo ho scoperto che uno dei motti più usati di Google sarebbe "Don't be evil": coniato da Sergey Brin in persona, vuole ricordare che la multinazionale sta dalla parte dei buoni e che non usa i dati per scopi malevoli. Non discuto che all'inizio fosse proprio questo lo scopo di Google, ma quando ci sono in ballo fior fiore di miliardi, l'etica si dimentica facilmente.
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